Viterbo, riappare la scritta «Casa del Balilla»: il nipote del partigiano si incatena
Il caso è esploso a Viterbo il 18 luglio. Dietro i teloni del cantiere del liceo classico e linguistico Mariano Buratti diventa improvvisamente visibile la scritta «Casa del Balilla», riportata alla luce e ridipinta durante i lavori sulla facciata. Studenti, Anpi, partiti e associazioni chiedono immediatamente che venga cancellata.
Il 19, l’Istituto per la storia della Resistenza contesta anche l’autenticità dell’intervento: secondo le fotografie storiche, sulla facciata sarebbe comparsa in passato la dicitura «Opera Balilla», mentre la formula «Casa del Balilla» non risulterebbe nelle immagini dell’inaugurazione del 5 maggio 1937.
Nello stesso giorno, il presidente della Provincia, Alessandro Romoli, dichiara di non essere stato informato della ridipintura e annuncia verifiche sulla documentazione tecnica.
Dalla scritta all’incatenamento
Il 20, Paolo Bianchini, 93 anni, nipote del partigiano Mariano Buratti, alla cui memoria la scuola è dedicata, annuncia un’«azione eclatante». Due giorni dopo, durante un’assemblea organizzata dall’Anpi, promette di incatenarsi all’ingresso della scuola qualora la scritta non venga eliminata. Il presidio viene fissato per la mattina del 25.
Proprio il 22, però, Provincia e Soprintendenza hanno già raggiunto una decisione. Dopo una riunione con tecnici e restauratori stabiliscono che la scritta non sarà cancellata, ma “detonalizzata”: resterà sulla facciata con un colore meno evidente.
Nonostante ciò, il 25, oltre cinquecento persone partecipano al presidio “Il Buratti non si tocca”. Bianchini mantiene la promessa e si incatena al cancello, sostenendo che con quella scritta «si vuole tornare ad insegnare in camicia nera» e che il liceo rischierebbe un nuovo «inquinamento della mente».
I manifestanti chiedono la cancellazione della dicitura e le dimissioni della soprintendente Margherita Eichberg.
Il 28, la vicenda approda, infine, in Consiglio provinciale: il capogruppo di Tuscia Democratica, Simone Brunelli, presenta una mozione per chiedere la rimozione completa, rifiutando la soluzione della semplice attenuazione cromatica.
Il restauto, oltre il teatrino antifa
L’unico tema di qualche effettiva rilevanza, in questa strana storia, riguarda la correttezza storica del restauro. La Provincia sostiene che la dicitura «Casa del Balilla» fosse leggibile sotto gli strati successivi di intonaco. Alcuni storici osservano invece che le fotografie documentano iscrizioni differenti, tra cui «Opera Balilla» e «Gioventù italiana del Littorio».
Sarà la relazione tecnica definitiva a dover chiarire quale iscrizione fosse presente e in quale periodo.
Per il resto, la psicosi è di per sé evidente. Una vecchia scritta sulla destinazione originaria dell’edificio sarebbe diventata una «dichiarazione di guerra», un presunto tentativo di tornare alle camicie nere e una minaccia per la mente degli studenti.
La conservazione di una traccia del passato non modifica certo il nome dell’istituto, dedicato alla memoria dell’insegnante e partigiano Mariano Buratti, fucilato nel 1944. Mostra semplicemente che quell’edificio ebbe un’altra funzione prima di diventare il liceo Buratti.
Chi era Balilla e chi erano i Balilla
Il nome Balilla, poi, non fu inventato dal Fascismo. Secondo la tradizione, Balilla era il soprannome di Giovan Battista Perasso, il ragazzo che il 5 dicembre 1746 avrebbe scagliato un sasso contro i soldati austriaci, dando inizio alla rivolta popolare di Genova.
Il regime recuperò quella figura nel 1926, istituendo l’Opera nazionale Balilla. I “balilla” erano i ragazzi tra gli otto e i quattordici anni; quelli più grandi erano chiamati avanguardisti. L’organizzazione curava attività sportive, educazione politica, disciplina e preparazione premilitare.
Nel 1937 venne assorbita nella Gioventù italiana del Littorio. Le Case del Balilla erano dunque gli edifici destinati a queste attività.
Bene o male che sia, i Balilla non stanno tornando. La psicosi antifascista, invece, non se n’è mai andata.



