L’UE ha ucciso l’olio italiano: liberalizzazione per Spagna e Tunisia
Dalla Spagna al Nord Africa, il prezzo unico europeo schiaccia qualità e territorio
L’olio extravergine d’oliva italiano è sotto attacco
I prezzi crollati in Grecia, a cui sono seguite le proteste degli olivicoltori armati di trattori, la marginalizzazione crescente delle produzioni italiane e la dipendenza strutturale da olio spagnolo ed estero, a basso costo, sono gli effetti telefonati di una scelta politica compiuta dall’Unione Europea. E, se non si inverte la rotta, saranno il futuro dell’Italia.
Da anni Bruxelles ha deciso di trattare l’olio come una semplice commodity agricola, rinunciando a governare il mercato e lasciando che quantità e prezzo prevalessero su territorio, sostenibilità economica e valore della filiera.
E mentre i produttori mediterranei pagano il conto, l’Europa si prepara a peggiorare la situazione spingendo per un’ulteriore liberalizzazione.
Prezzi schiacciati: il caso greco come cartina di tornasole
Il punto più avanzato della crisi è oggi la Grecia. Dalla fine di dicembre, gli olivicoltori hanno bloccato strade, autostrade e valichi di frontiera in regioni come Chania, Messenia, Laconia e Creta.
Le proteste non nascono dall’emergenza climatica o da un cattivo raccolto, ma da un crollo strutturale dei prezzi. Nelle principali aree di produzione greche, l’olio extravergine viene pagato circa 4,50 euro al chilo, contro i 7,50 euro in Italia e gli 8–9 euro in Albania, secondo i dati della Commissione europea.
Ma il problema è politico. Gli agricoltori europei denunciano un modello che non regge più: aumento dei costi di carburante, fertilizzanti ed energia, prezzi all’origine compressi e assenza di prospettive.
Il dato demografico è impietoso: il 65% degli agricoltori greci ha più di 55 anni, il 40% supera i 65, e servirebbero 200.000 giovani agricoltori per evitare il collasso del settore. Un quadro che deve preoccupare anche l’Italia.
L’asse spagnolo-tunisino fissa il prezzo, l’Unione accetta
A determinare questo scenario è uno squilibrio di mercato che l’Unione Europea ha scelto di non correggere.
La Spagna, primo produttore mondiale con 1,2–1,3 milioni di tonnellate nelle annate favorevoli, ha imposto un modello basato su olivicoltura intensiva e iper-intensiva, grandi volumi e costi unitari molto bassi. È questo modello a fissare il prezzo globale dell’olio, oggi attestato attorno ai 5 euro al litro.
Madrid ha bisogno di sbocchi immediati sul mercato per assorbire una produzione che deriva in larga parte da colture iper-intensive. Un sistema che, per definizione, non può permettersi rallentamenti né stoccaggi prolungati, e che esercita una pressione costante al ribasso sui prezzi.
Una quotazione che non è remunerativa in Italia, Grecia, Francia, né in Croazia e Albania, dove la produzione è più scarsa e viene venduta anche a 7 euro al litro. Ma che in Nord Africa diventa una manna.
Secondo Coldiretti, questi livelli sono insostenibili per l’olivicoltura tradizionale mediterranea. Eppure Bruxelles se ne frega e non distingue tra modelli produttivi, non introduce correttivi e non protegge le filiere territoriali.
Il risultato è un mercato europeo governato di fatto dalla capacità industriale spagnola, mentre gli altri Paesi subiscono una concorrenza che non si gioca sulla qualità, ma solo sulla scala produttiva. È una scelta politica: lasciare che sia il prezzo a selezionare chi resta e chi esce dal mercato.
Tunisia, “olio intensivo” a basso costo
Dentro questo quadro si inserisce la crescita tunisina, che moltiplica gli effetti della crisi dell’olio europeo.
Nei primi undici mesi della campagna 2024–2025, le esportazioni tunisine di olio d’oliva hanno raggiunto 288.600 tonnellate, in aumento del 41,3% su base annua. Ma i ricavi sono scesi del 28,4%, segno di un mercato che assorbe volumi crescenti a prezzi sempre più bassi.
Due settimane fa i ministri tunisini del Turismo e dell’Agricoltura hanno varato un piano per creare a Chaâl, Enfidha e Biserta itinerari e strutture di ospitalità legate all’oleo-turismo, a conferma del ruolo centrale che l’olio d’oliva ha assunto nella strategia economica del Paese.
Nonostante questo boom, l’Unione Europea mantiene intatto l’accordo che consente alla Tunisia di esportare a dazio zero il 12% della propria produzione, entro il tetto di 57.600 tonnellate annue.
L’Unione Europea è il primo mercato di destinazione, con il 58% dell’export tunisino. Spagna e Italia sono tra i principali importatori.
L’Italia, paradossalmente, importa circa 70.000 tonnellate, pari al 28% dell’export tunisino, pur producendo 300.000 tonnellate, esportandone 280.000 e consumando più di chiunque altro al mondo (12 litri pro capite). Un sistema che regge grazie alla miscelazione e a un’etichettatura che rende l’origine opaca.
L’UE è pronta a piegarsi ancora alla Tunisia
La convenienza nordafricana, così come quella spagnola, nasce dalla struttura produttiva: nell’olivicoltura tradizionale si contano 70–120 alberi per ettaro; in quella intensiva 200–400; in quella iper-intensiva si arriva a 1.500–2.500 alberi per ettaro.
I begli ulivi che tutti noi associamo all’idea dell’olio sono ridotti ad arboscelli. È su questi numeri che si costruisce la differenza di costo.
Ora, come se tutto ciò non bastasse, annuncia l’ANSA, Tunisi si prepara ad aprire un nuovo negoziato con Bruxelles per portare da 57.600 a 100.000 tonnellate la quota di olio esportabile a dazio zero.
Nel frattempo, la Tunisia ha fissato un prezzo minimo al frantoio di 10 dinari al litro (circa 2,9 euro) e continua a esportare prevalentemente olio sfuso, facilitando operazioni di re-branding.
Secondo la Banca mondiale, la crescita tunisina – attorno al 2,4% – è ormai interamente proiettata su turismo e agricoltura, anche dopo il rifiuto da parte del presidente Kais Saied di un prestito da 1,9 miliardi di dollari del Fondo monetario internazionale, “per tenermi libero”.
La prova “politica” di tutto questo è arrivata dal tribunale di Tunisi, che ha rimesso in libertà su cauzione (17 milioni di dollari) Abdelaziz Makhloufi, uno dei grandi nomi dell’olio tunisino, fondatore del CHO Group. Oggi, a Tunisi, chi ha a che fare con le olive è un asset intoccabile.
Le proteste in Grecia, i margini compressi in Italia, la dipendenza strutturale da olio di scarsa qualità non sono effetti inevitabili della globalizzazione.
Sono il risultato di scelte politiche consapevoli dell’Unione Europea: liberalizzare senza governare, accettare che il prezzo sia l’unico criterio e rinunciare a difendere la sostenibilità economica dell’olivicoltura mediterranea.
Redazione
Spunto per questo articolo è stato: La Ue ha spalancato le porte e adesso la Tunisia produrrà più olio d’oliva dell’Italia, di Carlo Cambi, uscito oggi (02/11/26) su La Verità.






