15 anni dal sacrificio di Matteo Miotto: cosa resta della Guerra in Afghanistan?
L'ultima lettera, l'impegno italiano in Afghanistan e il fallimento della guerra
ll 31 dicembre non è soltanto l’ultimo giorno dell’anno. Da quindici anni, per la famiglia Miotto, coincide con l’anniversario della morte di Matteo, alpino, primo caporal maggiore del 7° Reggimento, ucciso nel 2010, nella valle del Gulistan, in Afghanistan.
Alla vigilia di questo anniversario, il 30 dicembre, il padre, Francesco Miotto, ha diffuso su Facebook l’ultima lettera che Matteo inviò alla redazione del periodico Alpin fa grado, pubblicata nello stesso dicembre 2010, poche settimane prima della sua morte.
«Sempre fiducioso e convinto di poter trasmettere ai giovani delle scuole dove terremo le assemblee le idee e i valori di noi Alpini». Questo il pensiero fisso nella mente dell’alpino, di stanza in Afghanistan.
Ripristinare quel ponte crollato, ormai da anni, tra chi, giustamente, conduce serenamente la propria vita di studente e chi, invece, indossa la divisa, aperto con coraggio alla possibilità che quella sia l’ultima veste.
Ma la lettera, così come la storia del primo caporal maggiore Matteo Miotto, è anche un buon punto di partenza per tornare a interrogarsi su quella guerra e su ciò che lo Stato italiano scelse per e raccontò ai propri soldati.
Come è morto Matteo Miotto
Matteo Miotto viene ucciso il 31 dicembre 2010 nella base avanzata “Snow”, nel distretto del Gulistan, a circa 450 chilometri da Herat. Fin dalle prime ore, tuttavia, la dinamica della morte appare contraddittoria.
La prima comunicazione ufficiale arriva attorno a mezzogiorno: ai genitori viene riferito che Matteo sarebbe stato colpito da un cecchino solitario, mentre si trovava su una torretta di guardia.
Il giorno successivo, il 1° gennaio, la ricostruzione viene parzialmente ampliata: Miotto era di guardia quando il cecchino lo ha colpito. Si arriva persino a ipotizzare un cambio di strategia dei talebani, cioè l’impiego di tiratori scelti.
Anche il Ministro della Difesa parla di «tragica fatalità», sostenendo che il proiettile avrebbe colpito «una delle poche parti del corpo non protette». Ma le versioni non coincidono.
Al padre, anch’egli alpino, inizialmente era stato detto che il colpo aveva raggiunto una spalla. Successivamente si parla di un colpo al fianco. Le incongruenze si accumulano.
Solo in seguito, grazie all’incessante indagine della famiglia, emerge la verità: il primo caporal maggiore Matteo Miotto è caduto durante una vera e propria battaglia, combattuta tra gli alpini del 7° Reggimento e i talebani.
Uno scontro armato, non un omicidio isolato, che in un primo momento si è scelto di non raccontare.
Il perché della Guerra in Afghanista
La Guerra in Afghanistan prende avvio l’11 settembre 2001, come risposta diretta agli attentati alle Torri Gemelle.
L’obiettivo dichiarato degli Stati Uniti è inizialmente circoscritto: colpire al Qaeda e rimuovere il regime talebano, che ne garantiva protezione. L’intervento gode fin dall’inizio della legittimazione, tanto da tradursi in una missione sotto l’egida della NATO.
Le finalità dell’operazione, però, si ampliano e si complicano ben presto. Alla dimensione dell’antiterrorismo si affianca il progetto di nation building: stabilizzare il paese, costruire istituzioni, addestrare forze di sicurezza locali, accompagnare l’Afghanistan verso la normalità.
È in questo passaggio che il conflitto cambia natura, trasformandosi in un progetto politico di lungo periodo, totlamente privo di un obiettivo finale chiaro.
A partire del 2003, la “svolta”: con l’apertura del fronte iracheno, l’Afghanistan perde centralità nella strategia americana. Il conflitto prosegue per inerzia.
L’amministrazione Obama tenta una correzione di rotta con il cosiddetto surge, un rafforzamento temporaneo delle forze sul terreno. Ma al rafforzamento segue presto un nuovo ritiro, e il ciclo si ripete.
La decisione definitiva arriva con Joe Biden, ma è di Trump: dopo vent’anni, l’Afghanistan non rientra più nell’orizzonte strategico.
Il ritiro del 2021 è definitivo: 2.300 soldati statunitensi sono morti per un fallimento che farà scuola.
L’impegno italiano e l’esito della Guerra
L’Italia partecipa all’intervento in Afghanistan fin dalle prime fasi, inizialmente con l’operazione Enduring Freedom, poi con ISAF e infine con Resolute Support.
In vent’anni il nostro Paese schiera fino a 5.000 militari, operando soprattutto nell’area occidentale, tra Herat e Farah. Cinquantatré soldati italiani perdono la vita, centinaia rimangono feriti.
Formalmente, l’impegno italiano viene sempre presentato come missione di sicurezza e assistenza. Nella realtà, le forze armate operano in un contesto pienamente bellico: pattugliamenti, scontri armati, difesa di basi avanzate, bonifica di ordigni improvvisati, operazioni contro-insurrezionali.
Accanto all’attività militare, l’Italia svolge un ruolo significativo nell’addestramento delle forze di sicurezza afghane e nella ricostruzione istituzionale. Ma i nostri connazionali hanno costruito scuole e ospedali, realizzato infrastrutture, gestito ospedali da campo, si è trattato di un impegno reale, riconosciuto dalla popolazione afghana.
Il 30 giugno, però, con il ritiro dell’ultimo militare italiano, si chiude ufficialmente questo capitolo durato vent’anni.
L’esito è sotto gli occhi di tutti: collasso delle istituzioni afghane, ritorno dei Talebani. Un epilogo che certifica il fallimento politico del conflitto, costato la vita a cinquantatrè soldati italiani.





