L'Iran è un paiolo sul punto di ebollizione
Un Paese sull’orlo dell’esplosione, tra miseria economica, piazze in rivolta e l’ombra ingombrante di Stati Uniti e Israele pronti a ridisegnarne il destino.
Circolano in questi giorni, sui media e sui social, i video delle proteste che stanno scuotendo l’Iran. Folle di persone, in piazza e per le strade, manifestano contro il regime, soprattutto a causa della situazione economica.
I moti appaiono davvero imponenti e la situazione è estremamente complessa. Il popolo iraniano, fiaccato dai dazi occidentali, soffre una condizione interna difficile, che mette alla prova larghi strati della popolazione e persino coloro che sono più fedeli allo Stato di Teheran.
Alla luce di tutto questo, ci sembra necessario formalizzare alcune riflessioni.
In primo luogo, è fondamentale notare che le proteste sono (nel migliore dei casi) appoggiate e (più verosimilmente) sostenute da determinati Paesi, sempre gli stessi, per i propri interessi geopolitici.
Le proteste in Iran e il ruolo degli Stati Uniti e di Israele
In primis gli Stati Uniti, per i quali il crollo della Repubblica islamica è un obiettivo strategico: verrebbe meno un partner di Russia e Cina, precludendo a Pechino la possibilità di rifornirsi del greggio di Teheran. Ma il primo Paese a gioire del collasso di Teheran sarebbe ovviamente Israele, che vedrebbe abbattuto il proprio nemico giurato, l’ultimo vero sistema-paese in grado di opporsi alla sua egemonia regionale (considerando la Turchia un caso a parte).
Tutto questo ha un peso e induce una domanda: perché mai gli iraniani, anche quelli più ostili al regime, dovrebbero essere disposti ad accettare ingerenze straniere così marcate?
Un caso di studio utile è quello della Siria, dove le potenze occidentali hanno soffiato sul fuoco delle “primavere arabe”, contribuendo a innescare una guerra civile che ha devastato e frammentato il Paese, e che si è conclusa con il colpo di Stato di Al-Jolani: ex al-Qaeda, ex ISIS, oggi divenuto interlocutore privilegiato delle stesse potenze occidentali, che un tempo lo combattevano.
Le radici storiche della crisi iraniana: dai Pahlavi alla Rivoluzione
In Iran i presupposti per un’escalation simile esistono. Per capirlo, è utile ripercorrere la storia del Paese.
L’Iran, come il vicino Afghanistan, è da sempre al centro di interessi regionali e globali. Fu, per esempio, uno dei principali teatri del cosiddetto “Grande Gioco”, il confronto strategico tra l’Impero britannico e quello russo. È in questo quadro che la dinastia Pahlavī, quella cui appartiene Reza II, che parte dei rivoltosi, USA e Israele vorrebbero rivedere sul trono, ascese al potere.
Come noto, nel 1917 la rivoluzione bolscevica abbatté definitivamente la dinastia degli zar e instaurò il regime sovietico. I britannici, preoccupati dalla nuova situazione ai loro confini, iniziarono a sostenere un ambizioso ufficiale persiano di origine georgiana: Reżā Khān Sardār Sepah. Reza, ottenuto inizialmente anche l’appoggio del clero sciita, depose l’ultimo Shah della dinastia Qajar e salì al trono con il nome di Reza Shah Pahlavi.
Il suo regno si basò sulla modernizzazione forzata del Paese, creando però una frattura insanabile con gli ayatollah (custodi della tradizione islamica) e con i sostenitori della vecchia dinastia, come Mohammad Mossadeq.
Così si esprimeva Indro Montanelli, nel 1979, riguardo al nuovo Shah:
“Conoscerete di certo la strana storia di Reza Pahlavi I che [...] non incontrò nessuna difficoltà a scacciare lo Scià di Persia e a prendere il suo posto.
Questo gli fece credere che duemila anni non contassero nulla. Si mise in guerra con tutto il costume di vita persiano e cambiò persino il nome al Paese chiamandolo Iran.
Celebre fu la sua crociata contro il turbante che non era solo un fatto estetico. Imponendo a ogni persiano il borsalino, Reza gli impediva di schiacciare la testa contro il suolo, come richiede il Corano quando il muezzin, dall’alto del minareto, invita alla preghiera.
La guerra fra i Pahlavi e i preti musulmani, gli ayatollah, cominciò allora. Il primo Pahlavi la condusse da predone cosacco mezzo analfabeta in terra di conquista: se un suddito non si staccava il turbante, lui gli staccava la testa”.
Il regno di Reza I terminò nel 1941, quando il suo possibile avvicinamento alla Germania nazista spinse britannici e sovietici a occupare l’Iran. Fu così che salì al trono il figlio Mohammad Reza Pahlavi, destinato a regnare fino al 1979.
Ma il regno di Mohammad Reza non fu meno travagliato. Gli interessi occidentali divennero sempre più pressanti e alimentarono il dissenso interno. La decisione dello Shah di appoggiare i servizi statunitensi e inglesi nel deporre il primo ministro Mossadeq (colpevole di voler nazionalizzare il petrolio) rappresentò un colpo devastante alla legittimità del monarca.
Reza II e il futuro dell’Iran: proteste, ingerenze e scenari possibili
Oggi la storia sembra ripetersi, ma al contrario. Il malcontento popolare esplode contro il regime autoritario della Repubblica islamica, mentre le piazze tornano a inneggiare allo Shah. Sembra paradossale: la stessa base sociale che abbatté la monarchia e sostenne Khomeini oggi invoca Reza II Ciro, figlio dell’ultimo Shah.
La fame, la crisi economica, l’isolamento internazionale e la brutalità del regime spingono molti iraniani a guardare al passato come a un’alternativa possibile.
Ma resta un punto decisivo: le proteste, pur sostenute e applaudite all’esterno, non hanno ancora una vera guida interna. Reza II è in esilio negli Stati Uniti, vive nei pressi di Washington e, pur inviando messaggi alla popolazione e preparandosi (secondo indiscrezioni) a incontrare il presidente Trump, rischia di commettere un errore strategico.
Ambisce a tornare sul trono e vede crescere il suo consenso simbolico, ma non può dimenticare gli errori che portarono alla caduta della monarchia. Un suo ritorno a Teheran, se percepito come eterodiretto o apertamente appoggiato da Washington e Tel Aviv, finirebbe col trasformarlo in un sovrano-fantoccio, delegittimandolo agli occhi di molti iraniani.
La situazione è in piena e rapida evoluzione. Le proteste proseguono nonostante le minacce della Guida Suprema Ali Khamenei e la repressione delle Guardie della Rivoluzione. Esistono anche manifestazioni di sostegno al regime, ma non sembrano avere la stessa rilevanza numerica e simbolica delle prime.
Insomma, l’Iran è un paiolo sul punto di ebollizione: proteste, tensioni interne, ingerenze straniere e pochissime certezze.
Alessio Benassi






