La pastasciutta antifascista oscura le Foibe: coperta la targa dei martiri a Civitavecchia
A Civitavecchia, il 24 luglio, la “Pastasciutta antifascista per la Costituzione” ha prodotto un’immagine più eloquente di molti comunicati: lo striscione dell’iniziativa è stato collocato davanti alla targa delle Foibe, all’ingresso del parco dedicato ai martiri. Secondo gli organizzatori si sarebbe trattato di una sistemazione temporanea. Per Fratelli d’Italia e FIADEL Ambiente, invece, il gesto è stato grave e offensivo.
Non risultano danneggiamenti e la targa è poi tornata visibile. Il punto, tuttavia, non è stabilire se qualcuno intendesse cancellare materialmente quella memoria. Il dato politico è un altro: per celebrare l’antifascismo si è finito per oscurare il ricordo degli italiani uccisi, perseguitati o costretti all’esodo dal regime comunista di Josip Broz Tito.
Secondo le stime storiche più prudenti, le violenze jugoslave del 1943 e del 1945 provocarono complessivamente tra 4.000 e 5.000 vittime.
La festa antifascista davanti alla targa delle Foibe
Fratelli d’Italia Civitavecchia ha parlato di un «gesto vile e vergognoso», chiedendo all’Anpi di rimuovere il manifesto e di presentare pubblicamente le proprie scuse alla città e ai martiri.
Anche FIADEL Ambiente ha definito la scelta «profondamente inopportuna», ricordando che tra le vittime della repressione titina vi furono operai, portuali, ferrovieri, impiegati, artigiani, insegnanti e dipendenti pubblici. La memoria, ha scritto il sindacato, «non si copre. Si custodisce, si rispetta e si tramanda».
È difficile contestare il principio. Quella targa non era un elemento qualsiasi dell’arredo urbano, ma il segno pubblico di una tragedia rimasta per decenni ai margini del racconto nazionale. Coprirla con il simbolo di una manifestazione antifascista significa riprodurre la gerarchia delle vittime che ha relegato a lungo gli infoibati e gli esuli giuliano-dalmati in una zona d’ombra.
Non occorre attribuire agli organizzatori un disegno deliberato. Le immagini possiedono però una forza propria e, in politica, il simbolismo non scompare soltanto perché non era — forse — stato programmato. Uno striscione antifascista davanti a un monumento dedicato alle vittime del comunismo titino restituisce una contraddizione evidente: alcune memorie continuano a essere considerate centrali, altre sacrificabili persino per una necessità momentanea.
Avs minimizza: «Soltanto un’esigenza logistica»
Valentina Di Gennaro, consigliere comunale di Alleanza Verdi e Sinistra, ha respinto le accuse parlando di un «caso politico costruito ad arte». Secondo la sua ricostruzione, lo striscione sarebbe stato «temporaneamente appoggiato» per una semplice esigenza logistica e poi rimosso. «Nessuna targa è stata danneggiata, nessuna memoria è stata cancellata, nessun oltraggio è stato compiuto», ha dichiarato.
La difesa, tuttavia, risponde a un’accusa che nessuno ha realmente formulato. La contestazione non riguarda la distruzione della targa, ma l’immagine prodotta da una manifestazione antifascista che, in un luogo dedicato alle vittime del comunismo jugoslavo, finisce per coprirne il simbolo principale.
Di Gennaro ha inoltre accusato gli avversari di «indignazione selettiva» e ribadito che l’antifascismo costituisce un principio fondativo della Repubblica. Un’affermazione corretta, ma incompleta. La stessa Repubblica ha istituito il Giorno del Ricordo per conservare la memoria delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata e delle vicende del confine orientale: una lacerazione che nel secondo dopoguerra costrinse oltre 300.000 istriani, fiumani e dalmati ad abbandonare le proprie terre, le case e gran parte dei loro beni.
Una memoria autenticamente democratica non può funzionare a corrente alternata, pretendendo il massimo rispetto per alcune vittime e riducendone altre a un dettaglio logistico. Proprio chi rivendica il valore civile del ricordo dovrebbe prestare particolare attenzione ai simboli pubblici, soprattutto quando rappresentano tragedie a lungo negate, relativizzate o rimosse.
L’antifascismo e il monopolio della memoria
L’episodio di Civitavecchia rivela, ancora una volta, un problema più profondo che affligge la nostra Nazione: chi si proclama antifascista — in assenza, ricordiamolo, di un regime fascista — continua a considerare la memoria nazionale come uno spazio di propria esclusiva competenza. Le tragedie prodotte dal comunismo vengono riconosciute soltanto finché non disturbano la narrazione dominante.
La targa delle Foibe è tornata visibile, ma resta il dato politico. Per celebrare il 25 luglio è stato utilizzato uno spazio dedicato a vittime che una parte della sinistra italiana ha ignorato, relativizzato o ricordato a lungo con evidente disagio. Il simbolo di quella tragedia è così finito dietro uno striscione antifascista.
Non servono complotti per comprendere l’immagine. Basta osservarla: da una parte l’antifascismo elevato a fondamento assoluto e autosufficiente della democrazia; dall’altra gli italiani perseguitati dal regime di Tito ridotti a fondale sacrificabile.



