Sionismo in classe: l’UE riscrive i libri scolastici palestinesi
Niente fondi, niente istruzione. Così l'UE può stravolgere i libri di testo palestinesi.
C’è una notizia, di ormai qualche settimana fa, che pochi in Italia hanno riportato e che vale la pena rilanciare, adesso che Israele, insieme con gli Stati Uniti, ha nuovamente mosso guerra all’Iran nel silenzio assenso dell’Unione Europea.
UE e libri scolastici palestinesi: i documenti sulle richieste di revisione
L’Unione Europea, quel Leviatano che conosciamo bene per l’accanimento con cui si scaglia contro tradizioni e identità europee — dalla famiglia tradizionale al Santo Natale — lavora con altrettanta ferocia per sradicare l’identità palestinese.
Un sionismo totalitario, degno dei regimi più rigorosi ed efficienti: comprarsi, a spese dei contribuenti europei, l’istruzione palestinese, per orientarne libri e nozioni, favorendo la narrazione secondo cui quello palestinese sarebbe un non-popolo.
Lo scoop, datato 4 febbraio, è di Quds News Network, che ha pubblicato documenti interni e corrispondenze ufficiali del Ministero dell’Istruzione dell’Autorità nazionale palestinese. Documenti che dimostrerebbero una revisione capillare dei manuali scolastici, condotta per soddisfare le richieste dell’Unione Europea.
Tra i materiali diffusi compare una lettera del 19 gennaio 2026: il ministro palestinese dell’Istruzione, Amjad Barham, scrive al ministro delle Finanze e della Pianificazione, Istifan Salameh, indicando «note aggiuntive» alla risposta del ministero ai “requisiti europei” e richiamando un confronto sugli stessi con delegati UE, avvenuto il 27 gennaio.
Il meccanismo è chiaro: richieste specifiche dell’Unione Europea, negoziate ufficialmente e poi recepite nei manuali.
Il rapporto del Centro nazionale palestinese per i curricula, racconta Quds, conta oltre 300 modifiche a testi e programmi, introdotte per motivi ideologici, con percentuali di riscrittura che in alcuni volumi raggiungono il 30% del contenuto.
Come l’UE riscrive l’identità palestinese nei libri scolastici
Ma facciamo qualche esempio concreto.
Nei libri di prima classe, l’UE avrebbe chiesto la rimozione dell’inno nazionale palestinese dal testo di educazione civica. Nei manuali di seconda, sarebbe stata eliminata una pagina che raffigurava una prigione e invitava gli alunni a citare i nomi dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. In più libri, sempre secondo la documentazione diffusa da Quds News Network, sarebbero state eliminate mappe della Palestina in cui Gerusalemme era indicata come capitale.
Il nodo Gerusalemme ricorre, comprensibilmente, più volte. Nei libri di terza, l’espressione «Gerusalemme capitale della Palestina» sarebbe stata modificata in una formula ibrida: «Gerusalemme capitale delle religioni celesti e capitale della Palestina». Ma, in altri passaggi, «Gerusalemme città palestinese» sarebbe diventata «città santa per i palestinesi musulmani e cristiani».
Anche Jaffa, città costiera palestinese oggi sotto controllo israeliano, compare nei documenti come ennesimo tema di riscrittura ideologica: in un testo dedicato alla città, la frase «io sono una città palestinese» sarebbe stata cancellata e la domanda «dove si trova Jaffa?» eliminata.
In un libro di matematica di terza sarebbe stata rimossa la locuzione «muro di annessione ed espansione», usata come contesto per un esercizio di misure. Il muro può restare in piedi, ma non deve essere nominato a “sproposito” nei libri di testo.
In quarta, nei libri di arabo, un esempio con la frase «quanto è brutta l’occupazione» sarebbe stato cancellato; il termine «mujahid» sostituito con «difensore»; «prigioniero» con «oppresso»; e sarebbe stato anche eliminato un esercizio che invitava gli studenti a scrivere un messaggio di sostegno «ai nostri a Gerusalemme». In più, secondo la ricostruzione, la parola «sionista» sarebbe stata rimossa ovunque comparisse.
La riscrittura della storia palestinese nei manuali
Fin qui lessico e simboli. Ma la documentazione citata da Quds descrive una vera e propria riscrittura della memoria storica.
Nei manuali più avanzati, termini come «deportazione forzata» verrebbero sostituiti con «migrazione»; l’esodo palestinese non sarebbe più definito «ingiustizia subita» bensì «problema regionale».
In altri esempi riportati, la città di Safad verrebbe descritta come «in Israele e Palestina», e i riferimenti alle origini arabe e cananee sarebbero sostituiti con richiami alla storia ebraica e alla menzione nei Vangeli.
E ancora: le «rose di Gaza», simbolo tradizionale della Striscia, sarebbero sostituite da una frase che celebra Israele, quale maggiore esportatore in Europa; e, ancora, le «gite nelle città costiere palestinesi» sarebbero diventate «gite nelle città arabe ed ebraiche in Israele».
Finanziamenti UE e istruzione palestinese: il ricatto
Non fosse sempre citato a sproposito, questo sarebbe il contesto giusto per richiamare l’arcinoto motto di Orwell: «guerra è pace, libertà è schiavitù, ignoranza è forza».
E il punto — evidente di per sé, ma lo ribadiamo a chi pensa che “i palestinesi sono terroristi e quindi vanno governati così” — non è che l’UE eserciti un controllo sul modo in cui vengono impiegati i finanziamenti che eroga.
Bensì è il modo subdolo con cui un’istituzione, che si professa democratica e portatrice di diritti umani, approfitta della povertà di un popolo, fiaccato da guerra e persecuzione, per istituire un rapporto di dipendenza — niente fondi europei, niente istruzione in Palestina — e plasmarne i programmi scolastici, e quindi il futuro e l’identità. Peraltro a beneficio di terzi e contro il proprio interesse nazionale.


