Il presepe mi ha detto che il tempo dei conservatori è finito: noi dobbiamo restaurare
Alessio Benassi | È da qui che bisogna ripartire: restaurare l’eterno, quei valori, quegli ideali e quella civiltà che sono propri dei popoli europei.
Di Alessio Benassi
Il presepe mi ha detto che il tempo dei conservatori è finito: noi dobbiamo restaurare
Il 6 gennaio, con l’Epifania del Signore (cioè l’annuncio della divinità di Gesù Cristo ai gentili, per mezzo della visita dei Magi) giunge al termine il periodo natalizio.
È dunque il momento adatto per condividere alcune considerazioni maturate in questi dodici giorni di festa.
Tutto nasce da un episodio personale. Come accade da tempo, anche quest’anno, insieme ad alcuni amici, ci siamo organizzati per allestire il presepe in parrocchia.
Una tradizione che si rinnova ogni anno e che scalda il cuore. Lo fa soprattutto nel vedere i bambini (oggi, purtroppo, sempre meno) che osservano stupefatti la grotta di Betlemme, insieme ai nonni e ai genitori, anche loro rapiti dal medesimo sguardo.
Gli occhi di queste famiglie, che per una volta si sollevano dagli smartphone, ammirano il Bambino, adagiato nella mangiatoia. È un’immagine semplice, ma capace di squarciare il buio e attraversare i millenni, perché colui che è venuto “a fare nuove tutte le cose” è nato.
Per noi che allestiamo il presepe è sempre una gioia. E, nel farlo, non possiamo che tornare anche noi bambini. Aprire gli scatoloni, recuperare le statue e la carta roccia quest’anno ha fatto maturare in me una convinzione che non posso tacere. Noi non dobbiamo conservare: dobbiamo restaurare.
Oggi molti parlano, spesso a sproposito, di “conservare”. Ma che cosa, esattamente, vorrebbero conservare? Questo mondo in cui viviamo da estranei, cosa ha davvero da conservare? Il nostro Occidente è da conservare o da restaurare?
Ogni giorno vediamo le nostre città trasandate, insicure, violente. Quotidianamente assistiamo alle picconate inferte alle nostre tradizioni, alla nostra cultura, alla nostra civiltà.
Ogni Natale, per esempio, il presepe è il primo a essere attaccato: in nome del politicamente corretto, oppure dietro il ciencioso vessillo dell’inclusività, il laicismo stantio da giacobinismo oppure, cosa peggiore, distorto per essere sfruttato da correnti ideologiche.
Esempio lampante il “presepe con due mamme”, fatto da un “sacerdote” in provincia di Avellino. Uno scempio ideologico che schiaccia un’immagine sacra, una boiata portata avanti da chi in teoria dovrebbe difendere la fede.
Qui mi sovviene la buona saggezza contadina, eredità delle mie nonne, che coincide sorprendentemente con la semantica: esiste una differenza profonda tra conservare e restaurare.
Noi possiamo conservare un alimento per preservarlo, conserviamo dei risparmi per non dissiparli e conserviamo fotografie e ricordi per non perderli. Ma non possiamo conservare il nostro mondo, neanche sotto formaldeide, quando questo è irrimediabilmente attaccato e dissanguato.
Quando vogliamo ridare vita a un quadro, a una statua, a un mosaico o a un edificio, li restauriamo: restituiamo loro luce, riportandoli alla bellezza originaria, imperitura e fulgida.
Non è un caso che chiamiamo il nostro mondo “Occidente”: le terre del tramonto, come se la nostra civiltà fosse destinata alla fine, al capolinea. Eppure, in passato, l’insieme delle nazioni europee era chiamato “cristianità” o “Vecchio Continente”.
Due espressioni che racchiudono in modo straordinario il nostro retaggio. Il Vecchio Continente custodisce il lascito delle grandi civiltà: la bellezza e la sapienza dei greci, la maestria dei faraoni, dei punici, il coraggio e le tradizioni dei celti e dei germani, fino alla luce eterna e alla legge di Roma.
In ogni nostra città, anche nel più piccolo paese, dall’Atlantico agli Urali, troviamo i segni tangibili di questo grande passato. Tutti questi popoli, questa vera e propria Babele di civiltà, furono uniti dal cristianesimo.
Il crollo dell’Impero di Roma non cancellò il sogno di Costantino, raccolto da Benedetto da Norcia, ultimo dei romani. L’Europa fu salvata, rincivilita, ricoltivata: le paludi furono bonificate, le foreste cedettero il passo alla terra coltivata, e la sapienza del passato fu preservata negli scriptorium dei monasteri.
Un mondo distrutto fu restaurato, grazie al motto “ora et labora”.
Oggi, invece, assistiamo al crollo di ogni valore. Abbiamo dimenticato il nostro passato, la nostra cultura, la nostra civiltà. Parliamo di Occidente senza sapere davvero cosa significhi, senza distinguere tra il mondo americano e quello europeo.
È da qui che bisogna ripartire: restaurare l’eterno, quei valori, quegli ideali e quella civiltà che sono propri dei popoli europei. I latini dicevano pro aris et focis, “per i nostri altari e i nostri focolari”.
Oggi dobbiamo salvare il patrimonio spirituale dalla tempesta che lo assedia, difendere la famiglia dove viene attaccata e distrutta, preservare la lingua, la cultura, la tradizione e la Patria, oggi più che mai vilipese e calpestate.
Se saremo capaci di perseverare e preservare, anche partendo da gesti semplici, come costruire e meravigliarci davanti a un presepe, allora avremo combattuto la buona battaglia, in onore dei nostri avi e per il bene delle generazioni future.
Alessio Benassi



