Gli USA vogliono il petrolio venezuelano: perché il dittatore Maduro doveva cadere
Dall'eredità di Chávez alla cattura di Nicolás Maduro: perché la crisi venezuelana e l’intervento statunitense vanno letti attraverso la lunga guerra per il controllo del petrolio
«Una pace attiva che sia disarmata e disarmante», così si è espresso il Pontefice Leone XIV, nella sua ultima messa del 2025.
Ma, come la teologia cattolica sa bene, non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza forza. Il problema, allora, non è l’uso della forza in sé, ma il suo fine: giustizia – e quindi pace per mezzo della forza – oppure interesse, perseguito attraverso il caos, anche quando questo caos è prodotto abbattendo un dittatore criminale, incapace, affamatore e repressore del proprio popolo.
Sì, parliamo della deposizione di Nicolás Maduro e di come questa, così come l’intera traiettoria dei rapporti tra Venezuela e Stati Uniti, vada letta alla luce oscura del petrolio.
La notte tra il 2 e il e la caduta di Maduro
Come noto, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno condotto in Venezuela un’operazione militare – da notare la formula che l’Occidente, giustamente, rifiuta quando impiegata da Mosca – culminata nella cattura del dittatore Nicolás Maduro e di sua moglie.
L’azione ha visto l’impiego coordinato di oltre 150 assetti aerei: caccia, bombardieri, droni e velivoli di supporto, oltre a elicotteri per il trasporto delle forze speciali.
Intorno alle 02:00 (ora di Caracas) sono stati colpiti e neutralizzati siti strategici venezuelani: la base aerea di La Carlota, il complesso di Fort Tiuna, aree del porto di La Guaira, l’abitazione del ministro della Difesa e altre infrastrutture secondarie.
Poche decine di minuti dopo, i reparti speciali statunitensi hanno fatto irruzione nel sito in cui si trovava il presidente. Maduro e la moglie sono stati catturati, trasferiti via mare e successivamente condotti negli Stati Uniti.
Chávez: il petrolio come chiave per la sovranità e la rottura con Washington
Per comprendere il senso di questa operazione, occorre tornare all’origine del dossier “petrolio veneruzelano” .
L’ascesa di Hugo Chávez, l’uomo che per primo instaurà il regime comunista nel Paese (e che poi lo consegnerà a Maduro), affonda le radici nel fallito golpe del 4 febbraio 1992: un insuccesso militare che si trasforma, paradossalmente, in consacrazione politica.
Dopo la scarcerazione nel 1994 e la costituzione di un movimento elettorale, Chávez vince le presidenziali del 1998 e sale in carica nel 1999, proponendosi come rifondatore della sovranità nazionale venezuelana.
Fin dall’inizio, il petrolio è il perno della sua strategia.
PDVSA: da major “occidentalizzata” a strumento politico
Tra il 1999 e il 2001, il governo riduce l’autonomia del settore privato e rafforza il controllo diretto dello Stato sulla rendita petrolifera. Le nuove leggi sugli idrocarburi aumentano royalties e imposte e riconducono PDVSA (Petróleos de Venezuela, la compagnia petrolifera statale venezuelana), sotto il controllo politico stringente.
Fino ad allora, PDVSA (pur formalmente pubblica) aveva operato come una major occidentale: tecnicamente autonoma, integrata con le raffinerie del Golfo del Messico, e percepita da Washington come un fornitore affidabile e depoliticizzato.
È qui che nasce il primo vero attrito con gli Stati Uniti. Il problema non è Chávez in quanto tale (con la sua ideologia comunista e il suo pugno autoritario), ma la politicizzazione di un asset strategico per la sicurezza energetica statunitense.
Lo sciopero del 2002–2003 e la perdita di competenze
La frattura si approfondisce tra il 2002 e il 2003, con lo sciopero generale che paralizza il Paese e colpisce duramente PDVSA. La risposta del governo è drastica: circa 18.000 dipendenti (tecnici, ingegneri, quadri dirigenti) vengono licenziati. Il controllo politico sull’azienda diventa totale, al prezzo della perdita di competenze.
Per Washington è un punto di non ritorno: PDVSA non è più un interlocutore industriale, ma un’estensione diretta del potere politico chavista.
OPEC, Orinoco e l’apertura a Cina e Russia
Negli stessi anni, Chávez compie un ulteriore passo di rottura: il rilancio dell’OPEC. Nel 2000 convoca a Caracas un vertice dei Paesi produttori e lavora per rafforzare il coordinamento su quote e prezzi.
Prezzi più alti significano inflazione interna per gli Stati Uniti, minore margine di manovra economica e rafforzamento dei produttori non allineati.
Il passaggio finale arriva nel 2007, con la ristrutturazione dei progetti della Fascia dell’Orinoco: PDVSA assume il controllo di maggioranza delle joint venture e impone nuovi termini contrattuali.
Da quel momento, il petrolio venezuelano diventa esplicitamente materia di competizione geopolitica, poiché progressivamente aperto a partner alternativi come Cina e Russia.
Maduro: il petrolio che non sostiene più lo Stato
Quando Nicolás Maduro succede a Chávez nel 2013 eredita un sistema petrolifero fortemente politicizzato, ma ancora formalmente funzionante. La produzione è in declino, ma l’infrastruttura regge.
Il petrolio venezuelano, in larga parte extra-pesante, richiede diluenti importati, impianti di upgrading complessi, manutenzione costante e accesso a tecnologia specializzata: tutti elementi che dipendono dall’integrazione con i mercati finanziari e industriali globali.
Dal 2014–2015, il crollo dei prezzi del greggio, l’indebitamento crescente e la gestione opaca di PDVSA accelerano il deterioramento. Dal 2017 in poi, le sanzioni statunitensi trasformano una crisi industriale in un collasso generalizzato del Paese.
Le sanzioni e il riconoscimento di Guaidó
Il 2019 segna anche la svolta politica: Stati Uniti e gli alleati occidentali riconoscono come Presidente ad interim Juan Guaidó, a seguito delle elezioni, truccate e irregolari, che vedono la rielezione di Maduro.
PDVSA viene sanzionata, perdendo accesso al sistema finanziario, alle assicurazioni marittime, ai fornitori, ai diluenti e ai ricambi. La produzione crolla non per esaurimento delle riserve, ma per impossibilità tecnica di estrarre e a trasformare il greggio.
Washington sottrae così a Caracas lo strumento essenziale, ma al tempo stesso evita una chiusura totale: attraverso licenze mirate, in particolare a favore di Chevron, mantiene aperto un canale minimo e controllato.
Narco-terrorismo? Il petrolio è la vera posta in gioco
Nel marzo 2020, il Dipartimento di Giustizia statunitense incrimina Maduro e altri alti funzionari per narco-terrorismo.
Le questioni legate al traffico di droga non sono irrilevanti, ma svolgono soprattutto una funzione di cornice: forniscono la base giuridica e morale per una pressione che ha un obiettivo più profondo e duraturo.
Nel periodo fine 2025 – inizio 2026, la pressione si concentra esplicitamente sul settore energetico: nuove sanzioni su trading e trasporto del greggio, designazione di navi e società, strumenti di interdizione marittima.
Il messaggio è chiaro: il problema è chi governa il Venezuela, perché esercita un controllo diretto sul proprio petrolio.
La dichiarazione di Trump e la fine dell’ambiguità
Sul piano geopolitico, ridurre l’autonomia venezuelana significa contenere l’influenza di Cina e Russia in America Latina e riaffermare il ruolo statunitense nella regione.
È lo stesso Trump che, intervistato da Fox News, chiarisce senza ambiguità la posta in gioco: gli Stati Uniti saranno “fortemente coinvolti” nell’industria petrolifera venezuelana. “Non possiamo correre il rischio di lasciare che qualcun altro la gestisca e prenda il controllo di ciò che è rimasto”, ha dichiarato.
Una frase che vale più di qualsiasi dichiarazione sulla democrazia o sulla lotta al narcotraffico.
Matteo Respinti






