Gilberto Cavallini non era a Bologna, ma lo Stato, a 73 anni, lo rimette al carcere duro
Nel giorno del 46° anniversario della strage di Bologna, mentre si ricordano le 85 vittime e gli oltre 200 feriti del 2 agosto 1980, Gilberto Cavallini è chiuso, nuovamente, in isolamento.
Ha 73 anni, è detenuto dal 1983 e per 8 anni aveva beneficiato della semilibertà. Il 19 luglio è stato trasferito da Rebibbia al carcere di Parma, dove deve proseguire l’esecuzione di 3 anni di isolamento diurno.
Non è il 41-bis, dunque, non è tecnicamente il «carcere duro» riservato alla criminalità organizzata. Gli effetti concreti, nel suo caso, sono comunque durissimi: interruzione della semilibertà, ritorno alla detenzione piena e separazione dalla normale vita carceraria, per gran parte della giornata.
Cavallini non fu condannato perché presente a Bologna
La sentenza definitiva va raccontata senza deformazioni. A Cavallini non è stato contestato di essere presente a Bologna il giorno della strage. Lo scrive chiaramente la Cassazione: il «focus dell’accusa» non lo vede alla stazione, ma come fornitore di un «consapevole supporto logistico».
Secondo la ricostruzione giudiziaria, il 1° agosto 1980 Cavallini avrebbe ospitato, a Villorba, nel Trevigiano, Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini. Avrebbe inoltre contribuito alla preparazione di un documento falso e messo a disposizione l’automobile utilizzata per raggiungere Bologna. È su queste condotte, considerate consapevoli e funzionali all’attentato, che si fonda il concorso nella strage.
La distinzione non è un cavillo innocentista. Cavallini non è stato riconosciuto come colui che trasportò o collocò la bomba. È stato condannato perché i giudici hanno ritenuto che conoscesse il progetto e avesse aiutato gli esecutori, indicati dalle precedenti sentenze.
Il nuovo procedimento prese forma molti anni dopo i primi processi. Cavallini fu rinviato a giudizio nel 2017, condannato all’ergastolo nel gennaio 2020, nuovamente condannato in appello nel settembre 2023 e, infine, in via definitiva dalla Cassazione il 15 gennaio 2025.
8 anni di semilibertà cancellati senza un nuovo reato
Cavallini ha commesso e confessato crimini gravissimi. Ha militato nei Nuclei Armati Rivoluzionari e ha accumulato 9 ergastoli. Nessuno può o deve ricostruirne una falsa innocenza complessiva.
Ma dal 2017 lo stesso Stato lo aveva ammesso alla semilibertà, riconoscendo il percorso compiuto durante la detenzione iniziata nel 1983. Quel beneficio non è stato cancellato per una fuga, una nuova azione criminale o una violazione commessa negli ultimi anni.
Nel settembre 2025, accogliendo una richiesta della Procura generale di Bologna, la Corte d’assise d’appello rideterminò in tre anni complessivi l’isolamento diurno: secondo la ricostruzione accolta dai giudici, due anni derivavano dalle precedenti condanne, mentre un ulteriore anno fu aggiunto dopo l’ergastolo definitivo per Bologna. Il magistrato di sorveglianza revocò quindi la semilibertà, ritenendo l’esecuzione dell’isolamento incompatibile con il beneficio. La Cassazione ha poi confermato la revoca.
Prima lo Stato ha stabilito che Cavallini potesse trascorrere parte della giornata fuori dal carcere; poi, senza che egli commettesse un nuovo delitto, lo ha riportato nel punto più profondo della detenzione. La rieducazione, evidentemente, vale finché non entra in conflitto con la necessità politica di continuare a punire.
Tre anni di isolamento forse già espiati
La vicenda diventa ancora più grave quando si giunge al calcolo della pena: lo Stato non è riuscito a stabilire con certezza quanto isolamento Cavallini abbia effettivamente già scontato. I dati disponibili risultano incompleti e non consentono di ricostruire in modo definitivo né l’inizio né la durata dell’esecuzione della pena accessoria disposta negli anni Novanta.
Non è stato dunque dimostrato che Cavallini debba ancora espiare tutti e tre gli anni; semplicemente, non è stato possibile provare che li abbia già scontati.
La difesa sostiene, con una tesi che merita di essere riportata nella sua interezza, che Cavallini avesse già ricevuto e scontato tutti e tre gli anni di isolamento diurno.
A sostegno richiama i provvedimenti di cumulo adottati a Perugia nel 1991 e a Milano nel 1994, nei quali l’isolamento risultava determinato nella misura massima di tre anni. I giudici hanno però ritenuto che il provvedimento di Perugia fosse stato superato da una successiva ordinanza della Corte d’appello di Bologna del 1995, che rideterminò l’isolamento in due anni. Dopo la condanna definitiva per Bologna è stato quindi aggiunto un ulteriore anno, riportando la durata complessiva a tre.
L’8 maggio la Cassazione ha ripristinato l’intera durata: tutti e tre gli anni devono essere scontati. L’incertezza documentale dello Stato finisce così per ricadere interamente sul detenuto.
Cavallini era già in isolamento a Rebibbia dal 6 novembre 2025. Quando avrà terminato la pena accessoria potrà teoricamente chiedere nuovamente una misura alternativa. Avrà, però, 76 anni e quasi mezzo secolo di detenzione alle spalle.
Anche i brigatisti dubitarono della condanna dei NAR
I dubbi sulla riconduzione della strage ai NAR non sono nati esclusivamente negli ambienti della destra. Negli anni Novanta, alcune ex militanti delle Brigate rosse che avevano conosciuto Francesca Mambro in carcere si schierarono pubblicamente per l’estraneità sua, di Fioravanti e dei NAR all’eccidio.
Anna Laura Braghetti, coinvolta nel sequestro Moro, fu tra le principali animatrici del comitato «E se fossero innocenti?». Francesco Cossiga raccontò che la stessa Braghetti gli aveva definito la condanna di Mambro, Fioravanti e camerati «uno dei più grandi errori giudiziari» commessi in Italia.
Anche Barbara Balzerani e Nadia Mantovani espressero posizioni innocentiste; Valerio Morucci fu successivamente indicato tra gli ex brigatisti convinti della loro estraneità.
Tutto ciò non è certo sufficiente per pronunciare un’assoluzione storica. Basta, però, ad impedire che ogni dubbio venga liquidato come nostalgismo fascista o disprezzo per le vittime.
La memoria non può diventare vendetta
Stare con Gilberto Cavallini non significa negare i suoi delitti. Significa rifiutare l’idea che un uomo debba coincidere per sempre con ciò che fu mezzo secolo prima.
Cavallini ha trascorso più di quarant’anni in carcere. Lo Stato gli ha riconosciuto per otto anni un percorso di reinserimento. Non è stato condannato perché fosse presente alla stazione, ma per un sostegno logistico ricostruito, peraltro, con decenni di ritardo.
Oggi, a 73 anni, è nuovamente isolato e potrebbe star scontando una pena accessoria già eseguita.
Le vittime di Bologna meritano verità e memoria, non hanno certo bisogno di un anziano sepolto in carcere. La giustizia non diventa più vera quanto più è spietata.
Quando la pena ignora il tempo trascorso, il cambiamento della persona, e persino i dubbi sulla propria esecuzione, assume quel nome che lo Stato non dovrebbe mai pronunciare: vendetta.



