Crolla il Tribunale: a Bolzano vogliono cancellare la storia d’Italia
Oggi, 3 agosto, mentre la giustizia bolzanina continua a lavorare in sedi provvisorie, su Salto, il giornalista Rai Lucio Giudiceandrea indica nel crollo del Tribunale di Bolzano l’occasione per completare la «storicizzazione» della città monumentale costruita durante il fascismo.
Non propone, a differenza di altri, di distruggere l’iscrizione imperiale rimasta sul frontone, ma di accompagnarla con una nuova spiegazione che chiarisca come la giustizia repubblicana non serva alcun impero.
È l’ultimo capitolo di una triste discussione, cominciata quando la polvere non si era ancora posata sulle macerie. Il Tribunale di Bolzano è crollato il 16 luglio e il processo politico alla sua facciata è iniziato pochi minuti dopo.
Il crollo e l’esultanza sulle macerie
Alle 6.24 è precipitata la parte centrale del Palazzo di Giustizia di Bolzano: quattro piani, l’aula della Corte d’assise, altre aule, uffici e il collegamento tra Tribunale e Procura. Nel palazzo si trovavano il portiere e sei addetti alle pulizie, una lavoratrice ha riportato lievi graffi. Se il cedimento fosse avvenuto durante l’orario ordinario, quando nell’edificio lavorano circa 150 persone, le conseguenze sarebbero state tragiche.
Nonostante ciò, il consigliere provinciale Jürgen Wirth Anderlan, già comandante degli Schützen, non ha perso tempo e ha pubblicato l’immagine dell’edificio sventrato definendola una «bella giornata per il Sudtirolo»: era crollato, a suo giudizio, un «tempio fascista».
La Süd-Tiroler Freiheit ha subito dato credito politico al cattivo gusto di Anderlan. La mozione presentata il 24 luglio da Sven Knoll, Hannes Rabensteiner, Myriam Atz e Bernhard Zimmerhofer chiede di creare i presupposti per la demolizione completa del Tribunale di Bolzano e di costruire al suo posto un nuovo Palazzo di Giustizia.
Demolire, musealizzare, correggere
Lo storico Hannes Obermair ha proposto una soluzione più “sofisticata”, niente ricostruzione «ingenua»: la frattura provocata dal crollo dovrebbe rimanere visibile, magari attraverso una vetrata. Il nuovo centro giudiziario andrebbe realizzato altrove, mentre il vecchio Tribunale di Bolzano potrebbe ospitare un istituto internazionale e un museo dedicati allo studio del fascismo, del nazionalsocialismo e delle forme contemporanee di autoritarismo.
Il Consiglio provinciale ha intanto approvato, senza un nesso logico, la proposta dei Verdi per avviare l’adesione dell’Alto Adige ad ATRIUM, la rete europea degli edifici costruiti dai regimi totalitari.
Da ulitmo Giudiceandrea, la cui posizione sembra essere più prudente: non abbattere, ma «contestualizzare e spiegare» il motto sopravvissuto al cedimento: «Pro italico imperio virtute iustitia hierarchia unguibus et rostris».
Si scrive «contestualizzare», si legge «rieducare»
Il problema è proprio questa pretesa di “rieducare” l’edificio. La cancel culture contemporanea non lavora, sempre e solo, con il piccone. Talvolta conserva l’opera, ma le mette accanto un correttore: un pannello, una controfrase, una luce al neon incaricata di stabilire che cosa il cittadino debba pensare.
Il riferimento non è casuale. A Bolzano è già accaduto con il bassorilievo di Hans Piffrader sull’ex Casa Littoria, sovrastato dalla scritta luminosa «nessuno ha il diritto di obbedire», di Hannah Arendt.
Il fregio non è stato distrutto, è stato posto sotto “sorveglianza interpretativa”. Ora si vorrebbe applicare lo stesso metodo al Tribunale di Bolzano. Non cancellare il frontone, bensì umiliarlo.
Un palazzo fascista inaugurato dalla Repubblica
La natura dell’edificio non deve essere nascosta. Piazza del Tribunale, allora intitolata ad Arnaldo Mussolini, venne progettata come uno degli snodi della Nuova Bolzano. La facciata concava del Palazzo di Giustizia dialogava con quella convessa della Casa Littoria, sede del Partito nazionale fascista: partito, Stato e giustizia raccolti nello stesso spazio monumentale.
I lavori iniziarono nel 1939, si interruppero durante la guerra e ripresero nel 1951. Il palazzo fu completato nel 1956 e inaugurato dal presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, accompagnato dall’allora ministro della Giustizia Aldo Moro. La Repubblica italiana, che pur pose l’antifascismo come proprio fondamento, scelse di utilizzare il Tribunale di Bolzano e non ritenne necessario cancellarne l’iscrizione.
Sofferenze e odio degli altoatesini
Difendere il Palazzo, e con questo la storia d’Italia, non legittima a dimenticare ciò che la popolazione tedesca e ladina patì durante il fascismo.
L’italianizzazione colpì la scuola, l’amministrazione, la lingua pubblica e la toponomastica. L’insegnamento in tedesco venne soppresso e continuò clandestinamente nelle Katakombenschulen. Nel 1939 le «Opzioni» imposero a migliaia di famiglie la scelta lacerante tra l’emigrazione nel Reich, che si rivelò tutt’altro che rose e fiori, e la permanenza in un territorio sottoposto all’assimilazione.
Rivendicare la storia d’Italia significa assumersi anche la responsabilità degli errori commessi dallo Stato italiano, non cancellarne le tracce.
Sono crollati i pilastri, non crollerà la storia d’Italia
Il vero scandalo del Tribunale di Bolzano non è il latino inciso sul frontone. Sono i pilastri.
Mentre la magistratura deve capire perché un edificio pubblico abbia rischiato di seppellire lavoratori, avvocati e cittadini, la politica discute di come rendere ideologicamente innocua una scritta del 1939.
La linea indicata dal vicepresidente provinciale Marco Galateo è quella giusta: ricostruire integralmente il Palazzo di Giustizia di Bolzano nelle sue forme, mettendolo finalmente in sicurezza. Com’era e dov’era, con la facciata, il colonnato e l’iscrizione, senza musealizzazioni forzate, amputazioni o professioni di antifascismo incise sulla pietra.
A Bolzano non serve un Tribunale politicamente corretto. Serve un Tribunale sicuro, funzionante e italiano. In piedi, con tutto il proprio passato.


