Contro l’istituto del referendum e la sovranità popolare
Riceviamo e pubblichiamo questo contributo radicale al dibattito sul referendum, l’autore si firma Giulio Michelstaedter, abbiamo ragione di sospettare che si tratti di uno pseudonimo.
Il regime si è difeso. Referendum sulla Riforma della Giustizia, la vittoria del No è schiacciante e lo immaginavamo tutti. Il 53,7% di chi ha votato, ovvero il 58,9% degli aventi diritto di voto, ha barrato il NO.
Le reazioni della maggioranza di Governo sono pacatissime e arci-democratiche: “Il popolo, sovrano, ha parlato”.
L’obiettivo è cristallino, e legittimo, occorre arginare a tutti i costi il distacco che si è palesato tra l’esecutivo e la maggioranza del corpo elettorale. L’autocritica, “non ci siamo fatti capire”, è totale e, in fondo, piuttosto veritiera.
Sapendo scontata la vittoria del NO, pur non avendo per questo rinunciato a dare battaglia tra gazebo e convegni, la sconfitta mi amareggia per le sorti del Paese, ma non mi brucia. Al contrario, le parole dei leader del centro-destra un po’ sì.
La colpa è naturalmente mia, che proietto il non aver responsabilità alcuna, se non quella di esprimermi secondo coscienza, a chi ha incarichi di governo e tenta di incidere democraticamente sulle sorti dell’Italia.
Ciò premesso, le parole dei leader di centro-destra mi scottano perché il sottoscritto, lo dichiara senza fronzoli, non può riconoscere alcuna sovranità al popolo e, di più, non può attribuire al concetto di popolo il significato di insieme dei cittadini o degli aventi diritto di voto, e men che meno dell’insieme di chi effettivamente vota.
Sovrani, in vero, non sono neppure gli Stati, che pure sono qualcosa (molto) di più del popolo, se inteso come sopra.
Sovrana non può che essere solo la Verità (o Giustizia), per quanto la si possa conoscere parzialmente, perché questa trova in sé, logicamente, le proprie ragioni e non necessita di alcun sondaggio per essere tale.
Uso il termine sondaggio perché, è evidente, questo è il referendum, così come questo sono le elezioni, che però, a differenza dei referendum, eleggono dei mediatori, presunti competenti, a cui il popolo delega la complessità della cosa politica.
Così non avviene con l’istituto del referendum, qualsiasi sia il quesito, dove invece la volontà del popolo si esprime direttamente. E all’istituto del referendum, proprio là dove il sondaggio è massimo, la civiltà in cui siamo immersi, quindi la retorica liberal-democratica, affida le decisioni che ritiene “epocali”, attribuendo a questo il maggior grado di autorità.
All’arbitrio assoluto del popolo, espresso mediante la semplificazione assoluta del Si e del No, senza la fatica di un discorso razionale – la dialettica politica - o dell’imbracciare un’arma – la stesura di una Costituzione, come fondamento di un nuovo ordine -, il nostro tempo affida ciò che ritiene più importante.
Alla mercé della mia carissima nonna, che, morto il Berlusconi, vota solo ed esclusivamente su indicazione familiare, e che pur in questa occasione avrà votato sì, sta la Riforma della Giustizia.
Alla mercé di chi vota No contro Meloni, senza conoscere neppure il quesito referendario, sta la Riforma della Giustizia.
Alla mercé del sottoscritto, che pur brontolando spesso finisce semrpe per seguire e difendere e votare la linea del suo Partito, sta la Riforma della Giustizia.
Mi si chiederà un’alternativa. Ma l’alternativa c’è, e non è la dittatura, come vanno cianciando un po’ tutti, siano suoi fautori o avversari, anche perché quella è uno strumento, non un sistema. E l’alternativa non è neppure necessariamente anti-democratica.
Premessa imprescindibile di questa alternativa, però, non può che essere per prima cosa il riconoscere che la sovranità non appartiene all’arbitrio del popolo. Quindi che il sondaggio non è di per sé un criterio di verità, ma è utile e buono solo nella misura in cui si propone come fine l’avvicinarsi, per approssimazione, alla decisione migliore. Ovvero, tentare di guadagnare ciò che è giusto, non ritenere qualcosa giusto per il fatto che una maggioranza, per interessi (quasi mai ragioni) lo ha ritenuto tale.
E quindi non si può che pensare a consultazioni specifiche tra chi di un certo ambito ha davvero qualcosa da dire, per studi, professione, esperienza diretta, o anche “solo” perché il tema in questione determina conseguenze dirette per la persona in questione.
No, non è Tecnocrazia, e neppure Epistocrazia, per la caricatura che ne hanno fatto i contemporanei. La si potrebbe chiamare Politeia, se non si suonasse classicisti trinariciuti. Qualcuno l’ha chiamato Stato organico, qualcun altro Democrazia corporativa e queste definizioni possono non dispiacermi.
Nessuno scandalo elitario, perché di élite che non siano fondate sul solo denaro, all’alba del 2026, non si vede neanche l’ombra. Si tratterebbe, invece, di un principio minimo di razionalità: un sistema in cui la politica possa rivendicare le proprie proposte come bene, almeno percepito, al vaglio, certo, di corpi intermedi e consultazioni democratiche, senza però dover sminuire il valore di una propria riforma, per il fatto che la maggioranza dei votanti non l’ha approvata.
Se la Riforma della Giustizia era una cosa buona lo è e lo rimane, nonostante l’esito del sondaggio.

