I nostri auguri di Capodanno a Gianni Alemanno e a tutti i detenuti
Sulla tragica condizione delle carceri italiane, tra sovraffollamento e diritti negati
I nostri auguri di buon anno vanno a Gianni Alemanno, detenuto nel carcere di Rebibbia, e, con lui, a tutti coloro che, innocenti – e sono molti – oppure colpevoli, si trovano rinchiusi nelle carceri italiane. Nella stragrande maggioranza dei casi in condizioni disumane. Auguri anche a tutti gli italiani detenuti all’estero, spesso dimenticati e privi di tutela.
Perché, si chiederà il lettore, rivolgere ad Alemanno, in primis, i nostri auguri?
In primo luogo perché le ragioni che lo hanno ricondotto in carcere, senza voler far sconti alle sue colpe, raccontano uno stile, un’estetica e un amore per la lotta politica, che non possono non risuonare in noi.
Poi, perché quanto gli è accaduto nell’ultimo anno – anzi, tra poche ore esattamente un anno fa – è l’emblema plastico di ciò che, in materia di carceri e giustizia, non funziona in questo Paese. Ed è stato anche il punto di partenza di un impegno meritorio e ostinato per i diritti dei detenuti.
Da ultimo, perché la sua militanza ci è cara, nei valori e nella forma.
Ma ripercorriamo tutto con calma.
Alemanno arrestato la notte di Capodanno: cosa è successo
Sono le 20.00 del 31 dicembre 2024. Come molti italiani, Gianni Alemanno è in casa, pronto a festeggiare il Capodanno. Suonano alla porta, sono gli agenti. Entrano e lo prelevano.
Il trasferimento in carcere avviene poco prima della mezzanotte, mentre il resto del Paese brinda, in seguito a una decisione urgente – ma il perché di tale urgenza è tutt’oggi ignoto – del Tribunale di Sorveglianza di Roma.
La colpa? Alemanno non avrebbe rispettato le prescrizioni che gli consentivano di scontare la pena (un anno e dieci mesi) in regime di detenzione domiciliare.
Sessantasei anni, già sindaco di Roma dal 2008 al 2013, prima ancora ministro delle Politiche Agricole, in uno dei governi guidati da Silvio Berlusconi, Alemanno era stato condannato nel 2022 per finanziamento illecito e traffico di influenze nell’inchiesta, “Mafia Capitale”, così nominata dai giornalisti,ma che di mafioso ha ben poco, come certificano le sentenze.
Dopo la condanna aveva intrapreso un percorso nei servizi sociali, lavorando presso la struttura So.Spe. Solidarietà e Speranza, associazione romana che si occupa di ragazze madri, bambini, adolescenti e persone vittime di violenze o in condizioni di grave disagio.
Perché l’arresto di Alemanno ci è “simpatico”
Dicevamo che le ragioni dell’arresto ci risultano simpatiche: ricostruisce il Tribunale di Sorveglianza, Alemanno ha tenuto una «condotta arrogante e sprezzante, espressione di una personalità callida, pervicace e priva di scrupoli».
Tradotto: Alemanno è un militante. Fa politica. Quella di piazza e di pancia, a volte anche urlata, populista e parecchio imperfetta. Ha iniziato giovanissimo nelle fila del Fronte della Gioventù, quando la militanza poteva costare caro, e non si è più fermato.
Nel 2023, da condannato, ha fondato il Movimento Indipendenza, di cui è tuttora segretario. E, con estremo orrore dei nobili giudici, ha simulato la partecipazione ad assemblee condominiali, sfruttando il proprio ruolo in una società di gestione immobiliare, pur di continuare a fare politica.
Se fare carte false per non rinunciare alla militanza non bastasse a guadagnarsi la nostra simpatia, basta di certo il fatto che il tutto gli è costato l’arresto nella notte di Capodanno.
Alemanno detenuto e l’impegno per i diritti dei carcerati
Dall’interno del carcere, ed ecco l’altra ragione per cui merita i nostri auguri sinceri, Alemanno ha trasformato la propria detenzione in una battaglia di umanità.
A inizio dicembre, un “ologramma” di Gianni Alemanno è comparso su un maxischermo, in una sala conferenze a Roma. Era in corso la presentazione del libro Emergenza negata, scritto a quattro mani con Fabio Falbo, anche lui detenuto a Rebibbia.
Dal carcere, infatti, i due tengono un diario pubblico, diffuso sui social, che racconta, puntata dopo puntata, la realtà quotidiana della detenzione. Avevano chiesto un permesso per presentare il libro dal vivo, ma, sa va sandir il magistrato di sorveglianza lo ha negato. Da qui la necessità dell’“ologramma”.
Nel suo intervento, duro e diretto, Alemanno ha descritto condizioni «che non si trovano in nessun’altra parte della società italiana». Al centro di tutto, naturalmente, il sovraffollamento.
Le carceri italiane: sovraffollamento, malattia e morti
Secondo i dati più recenti, i detenuti in Italia sono oltre 63 mila, a fronte di poco più di 45 mila posti disponibili. In alcuni istituti il sovraffollamento supera il 240 per cento.
A Rebibbia, dove è detenuto Alemanno, si attesta intorno al 150 per cento. Una condizione che nega ogni speranza di una vita dignitosa, pur nella giusta costrizione.
Parliamo di celle sovraffollate, spazi comuni sacrificati per ricavare nuovi posti, attività trattamentali ridotte o sospese. Insomma, una “pentola a pressione”, così la definisce Alemanno, pronta a esplodere.
Nelle lettere dal carcere, l’ex sindaco ha raccontato il freddo dell’inverno, con termosifoni spesso guasti, ma anche il caldo insopportabile dell’estate, con temperature che superano i 40 gradi. Ha raccontato, altresì, le attese interminabili per una visita medica, l’impossibilità di trasferimenti in ospedale per mancanza di agenti, la burocrazia ossessiva delle “domandine”, le violenze tra detenuti e anche le condizioni difficilissime della polizia penitenziaria.
Nel solo 2025 si contano già 231 morti in carcere, di cui 76 suicidi.
Gli appelli alla politica, da Meloni a La Russa: molto detto, poco fatto
Dalla cella, Alemanno non si è limitato alla denuncia mediatica. Ha chiamato in causa direttamente chi oggi governa il Paese, ovvero chi ha condiviso molta della sua storia politica.
In più occasioni, nelle lettere dal carcere e negli interventi pubblici affidati al suo diario, l’ex sindaco di Roma ha rivolto un appello diretto al Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, invitandola a uscire dai luoghi comuni e dagli slogan sulla “certezza della pena”, per guardare in faccia la realtà delle carceri italiane.
Non per negare la pena, ma per restituirle un senso. «Qui siamo di fronte a una catastrofe umanitaria che si aggrava giorno dopo giorno», ha scritto, mentre la politica continua a oscillare tra indifferenza e propaganda.
Un appello che, almeno in parte, sembrava aver trovato ascolto. Lo scorso luglio, infatti, il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, si è recato in visita a Rebibbia. All’uscita, Fontana aveva parlato della necessità di “rimboccarsi le maniche” per affrontare il problema del sovraffollamento e migliorare le condizioni di vita dei detenuti. Parole condivisibili. Ma, per ora, rimaste tali.
Ancora più significativo il caso del presidente del Senato, Ignazio La Russa, storico alfiere della destra law and order, critico verso le misure alternative alla detenzione e alle politiche di alleggerimento del carcere, che, però, per stima di Alemanno, si è recato a Rebibbia.
Il confronto con l’amico di lunga data ha prodotto un evidente cambio di tono. A inizio dicembre, il presidente del Senato ha invocato una misura urgente per consentire ai detenuti con residui di pena brevi di trascorrere le festività a casa. Una misura, sosteneva, da approvare entro Natale.
Di concreto non è successo nulla. Si sa come funzionano queste cose: la proposta si è fermata alle dichiarazioni. Nessun provvedimento, nessuna traduzione concreta di quella consapevolezza improvvisa. Nel frattempo, le carceri restano sovraffollate e i detenuti continuano a patire più della giusta pena.
Auguri, lo ribadiamo, a Gianni Alemanno, che dal freddo della cella, ostinato e nobile, continua a fare ciò che ha sempre fatto: militanza. E augri a tutti coloro che sono detenuti nelle carceri italiane e a tutti gli italiani detenuti all’estero.
Matteo Respinti


