ANPI e Comunità ebraica: pace antifascista, Gaza sparisce e il 25 aprile finisce in procura
Il 28 luglio 2026 l’Associazione nazionale partigiani d’Italia e l’Unione delle Comunità ebraiche italiane hanno annunciato di aver riaperto il dialogo, dopo le violenze e le accuse seguite al corteo milanese del 25 aprile.
Ventiquattro ore dopo, la Brigata ebraica ha presentato una denuncia contro ignoti per il blocco che le aveva impedito di raggiungere piazza Duomo, consegnando agli inquirenti materiale utile a ricostruire anche il ruolo dei CARC e di altri militanti dell’estrema sinistra.
Il giorno successivo l’ANPI provinciale di Milano ha definito la conferenza stampa sulla querela una «nuova provocazione». In meno di quarantotto ore, la grande riconciliazione antifascista è tornata a essere una guerra tra antifascisti.
A tenerli insieme resta soltanto quella parolina magica che li ossessiona: il Fascismo.
Il fascismo immaginario mette tutti d’accordo
Il comunicato congiunto tra ANPI e UCEI è un piccolo capolavoro di diplomazia rituale. Le due organizzazioni dichiarano di aver trovato «significativi punti di convergenza» sul valore dell’antifascismo, sulla condanna delle discriminazioni, sul contributo ebraico alla Resistenza e sul diritto della componente ebraica a partecipare in sicurezza alle celebrazioni del 25 aprile.
Si impegnano ad «abbassare i toni», a discutere direttamente le questioni sulle quali divergono e a organizzare insieme il 25 aprile 2027. Non vengono però attribuite responsabilità per quanto accaduto a Milano. Non viene nominato chi impedì alla Brigata ebraica di sfilare. Non compaiono le parole Gaza, Palestina, Israele e neppure antisemitismo.
Tutto viene sciolto nella magica e rassicurante formula dell’antifascismo. Gruppi che si sono rivolti accuse gravissime tornano a parlarsi non perché abbiano affrontato le proprie divergenze, ma grazie a un nemico sufficientemente astratto: il Fascismo, evocato come emergenza permanente, ottantuno anni dopo la fine del regime.
Non importa che una parte difenda Israele, crimini compresi, a spada tratta e l’altra ne chieda sanzioni e boicottaggi, fino a non riconoscerne la legittimità. Basta pronunciare insieme «Costituzione antifascista» e il dissidio viene momentaneamente meno.
Il 25 Aprile dal quale furono cacciati gli ebrei
Il 25 aprile 2026, a Milano, non ci fu un semplice «confronto acceso». Lo spezzone della Brigata ebraica venne bloccato in via Senato e costretto ad abbandonare il corteo sotto la protezione delle forze dell’ordine.
A guidare la contestazione sarebbero stati i CARC, i Comitati di appoggio alla Resistenza per il comunismo, formazione marxista-leninista-maoista. Uno striscione chiedeva di cacciare dalla manifestazione «i servi di Usa e Nato e i sionisti». Al megafono si sosteneva che la Brigata ebraica non avesse diritto di partecipare, perché rappresentante di chi bombarda Gaza.
Dopo oltre un’ora di stallo, la polizia accompagnò lo spezzone fuori dal percorso. Il presidente nazionale dell’ANPI, Gianfranco Pagliarulo, sostenne che il corteo non fosse stato bloccato dai contestatori, ma dalla stessa Brigata ebraica, colpevole di non essersi mossa secondo gli accordi. Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica di Milano, accusò invece i vertici dell’ANPI di «istigazione all’antisemitismo».
Tre mesi dopo, aggressori e aggrediti, espulsori ed espulsi sono diventati due parti coinvolte in non meglio precisate «gravi tensioni», entrambe invitate a moderarsi.
Individuare le responsabilità significherebbe infatti riconoscere che i problemi non provengono dalle ormai sgualcite camicie nere, ma dall’interno dello stesso “fronte” antifascista.
L’ANPI dimentica Gaza per salvare il rito
Il passo indietro più evidente riguarda la Palestina. Negli ultimi anni l’ANPI non ha mantenuto una posizione timida: Pagliarulo ha chiesto la sospensione degli accordi commerciali con Israele, la fine dell’invio di armamenti e il riconoscimento dello Stato palestinese. Iniziative territoriali dell’associazione hanno parlato apertamente di «genocidio» e, nel maggio 2026, l’ANPI ha piantato un melograno come simbolo della «resistenza palestinese» e ponte ideale con Gaza.
Quando arriva il momento di firmare la pace con l’UCEI, però, la sofferenza del popolo palestinese scompare. Non viene citata, neppure tra le ragioni delle tensioni.
L’ANPI, sempre pronta a impartire lezioni al governo Meloni sulla supposta complicità italiana nei crimini di Israele, scopre improvvisamente la prudenza diplomatica. Gaza viene ridotta a una delle generiche «questioni su cui divergono».
È l’antifascismo in assenza di fascismo: inflessibile con i nemici immaginari, molto più accomodante con gli interlocutori reali. Si convocano consigli comunali per revocare cittadinanze onorarie a Mussolini, si combattono targhe e scritte vecchie di un secolo, si denuncia quotidianamente il ritorno del regime. Davanti a una frattura politica contemporanea, invece, tutto finisce con l’invito ad abbassare i toni.
Anche l’UCEI accetta un compromesso sorprendentemente povero. Dopo l’espulsione della Brigata ebraica e le accuse rivolte all’ANPI dalla Comunità milanese, firma un testo che non pronuncia la parola antisemitismo e non attribuisce responsabilità. In cambio ottiene il riconoscimento del diritto degli ebrei a partecipare in sicurezza al 25 aprile: un diritto che non avrebbe dovuto richiedere alcuna trattativa.
La «querela triste» rompe subito la pace
Ma non è finita qui. Il 29 luglio la Brigata ebraica ha presentato una denuncia contro ignoti. L’esposto ipotizza reati tra cui violenza privata e istigazione a delinquere ed è accompagnato da filmati e testimonianze. Durante la conferenza stampa è stato fatto un riferimento specifico ai CARC, accusati di aver attaccato la Brigata nei giorni precedenti e di averne preannunciato l’aggressione fisica.
Davide Romano, direttore del Museo della Brigata ebraica, l’ha definita una «querela triste»: servirà a individuare eventuali responsabilità e a tutelare la futura partecipazione al 25 aprile.
L’ANPI milanese ha reagito parlando di «nuova provocazione», come se il dialogo imponesse di rinunciare all’accertamento dei fatti. Come se denunciare una possibile violenza fosse più grave della violenza stessa.
Il quadro è completo. I CARC agitano l’antisionismo fino a impedire a uno spezzone ebraico di sfilare. La Brigata porta il caso in Procura, ma continua a reclamare il proprio posto nel corteo. L’UCEI firma una riconciliazione che non nomina l’antisemitismo. L’ANPI dimentica Gaza, cancella le responsabilità e si offende quando qualcuno presenta una querela.
Tutti litigano su tutto, ma nessuno rinuncia al 25 aprile. Perché il fascismo immaginario è la formula magica capace di tenere insieme un mondo che, senza quel nemico, dovrebbe ammettere di non avere, e di non aver mai avuto, nulla in comune.



