Alberto Trentini è libero (grazie a Trump). Oltre 2.000 gli italiani detenuti e le carceri italiane stanno per esplodere
Evviva. Alberto Trentini è finalmente libero. Dopo 423 giorni trascorsi nel carcere venezuelano di El Rodeo I, senza alcuna accusa formale e senza un procedimento giudiziario, il cooperante italiano ha lasciato la prigione nella notte tra l’11 e il 12 gennaio.
Ora si trova all’interno dell’ambasciata italiana, a Caracas, e nelle prossime ore rientrerà nel nostro Paese, insieme all’altro connazionale liberato, il torinese Mario Burlò.
La notizia è stata confermata dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che, in un annuncio diffuso nella notte, ha spiegato di aver parlato con entrambi i connazionali, assicurando che «sono in buone condizioni e rientreranno presto in Italia».
Poco dopo, anche il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha espresso «gioia e soddisfazione», precisando che l’aereo partito da Roma è già in volo per riportarli a casa.
Il caso Trentini: un vero e proprio ostaggio
Fin dall’inizio la vicenda di Alberto Trentini è apparsa giuridicamente anomala.
Arrestato il 15 novembre 2024, mentre viaggiava tra Caracas e Guasdualito, stava operando per la Ong Humanity & Inclusion, attiva nel sostegno alle persone con disabilità nelle aree di frontiera.
Quello che era iniziato come un semplice controllo stradale si è trasformato in poche ore in una detenzione senza accuse, senza fascicolo, senza udienze e senza alcuna prospettiva di processo. Le autorità venezuelane non hanno mai fornito una spiegazione formale.
Trasferito nel complesso carcerario di El Rodeo I, struttura nota per ospitare detenuti politici e stranieri, utilizzati come leve di pressione diplomatica, Trentini è rimasto mesi in isolamento.
Per quasi duecento giorni non ha potuto comunicare con la famiglia, mentre la prima visita consolare è stata autorizzata solo dopo sei mesi di negoziati.
Più che un detenuto, è stato trattato come un ostaggio politico, inserito in un mosaico di pressioni incrociate che coinvolgevano anche la vicenda di Alex Saab, fedelissimo di Maduro, condannato in Italia per riciclaggio.
La svolta politica a Caracas e il ruolo decisivo degli Stati Uniti
Per lungo tempo la diplomazia italiana (con Tajani e il sottosegretario Alfredo Mantovano in prima linea) ha insistito sul dossier, senza ottenere risultati concreti, fino al crollo del regime venezuelano.
La liberazione è, infatti, una conseguenza “collaterale” del colpo di stato statunitense che, con il rapimento di Nicolás Maduro, ha determinato l’insediamento della sua vice Delcy Rodriguez, quale presidente ad interim.
Per il governo Rodriguez, impegnato a costruire una credibilità internazionale minima, trattenere questi due cittadini italiani sarebbe stato un ostacolo inutile.
Oltre 2.000 gli italiani detenuti nel mondo
Secondo la Farnesina, a luglio 2025, gli italiani detenuti fuori dal Paese erano 2.113. La maggior parte in Europa, con 1.611 casi, seguita dalle Americhe, dove circa 250 italiani si trovano in carcere tra Brasile, Perù, Argentina e altri Stati.
Nel Nord Africa e in Medio Oriente il numero è più contenuto, ma le criticità sono elevate: undici italiani in Marocco, nove negli Emirati Arabi Uniti. Le situazioni più problematiche riguardano Asia e Africa subsahariana, dove le condizioni detentive sono spesso inadeguate e prive di garanzie minime.
Un dato particolarmente preoccupante riguarda i detenuti in attesa di giudizio: oltre il 35% degli italiani detenuti all’estero si trova in questa condizione, a volte da anni, senza una sentenza e senza la possibilità di difendersi.
Tra i casi più noti ci sono Filippo Mosca, 29 anni, detenuto in Romania per un presunto traffico di droga che la famiglia contesta; Fulgencio Obiang Esono, rapito in Togo nel 2018 e condannato a sessant’anni in Guinea Equatoriale su confessioni estorte con la tortura; e “Lara”, una giovane italiana bloccata da anni a Lanzarote, dopo un incidente stradale, ancora in attesa di una conclusione giudiziaria.
Un Paese credibile tutela i suoi cittadini detenuti ovunque, anche in patria
La liberazione di Alberto Trentini offre l’occasione per correggere un equivoco diffuso: l’Italia non interviene perché “gli italiani sono innocenti in quanto italiani”, come suggerisce una certa narrazione mediatica, alimentata da casi come quello di Chico Forti.
La tutela consolare significa verificare la fondatezza delle accuse, la regolarità del procedimento, il rispetto dei diritti fondamentali. Non consiste nel proclamare innocenze a priori.
È ciò che un Paese credibile deve fare, ed è ciò che l’Italia – almeno questo va riconosciuto al Governo Meloni – ha provato a fare con maggiore continuità negli ultimi anni, pur con alcune sbavature inevitabili.
Ma l’impegno verso i connazionali detenuti all’estero deve procedere di pari passo con quello verso i detenuti nelle carceri italiane.
Alla fine del 2025 i detenuti in Italia erano 63.499, a fronte di 51.277 posti disponibili, con un sovraffollamento medio del 137,8% e picchi oltre il 200% in diversi istituti, tra cui Lucca, Vigevano, San Vittore, Foggia e Brescia Canton Mombello.
Spendersi per Trentini in Venezuela – che, lo ricordiamo, è realmente innocente – e ignorare le condizioni dei detenuti nelle carceri italiane sarebbe una contraddizione insostenibile.
Matteo Respinti


