4 militanti di GN Roma in ospedale, erano in affissione per Acca Larenzia
La Redazione esprime la propria vicinanza ai militanti romani.
Questa notte quattro militanti di Gioventù Nazionale Roma sono finiti in ospedale dopo un’aggressione da parte di 20 antifascisti. I militanti stavano affiggendo manifesti dedicati alla Strage di Acca Larenzia, del 7 gennaio 1978.
Ogni anno, il 7 gennaio, assistiamo alla stessa scena: la lente dei media si stringe ossessivamente sui saluti romani, sulle forme della memoria, sul modo in cui migliaia di persone ricordano i propri morti; accade a Roma per Acca Larenzia, così come e accade a Milano, ogni 29 aprile, per Sergio Ramelli.
E mentre per giorni si discute soltanto dei gesti e dei simboli con cui i militanti di oggi ricordano i propri caduti, c’è chi viene aggredito a colpi di coltello senza che questo alzi un sopracciglio nelle redazioni.
L’aggressione: dinamica e prime informazioni
Ad attaccare i militanti è stato un commando composto da oltre venti persone armate. Le condizioni dei feriti sono “gravi”, come dichiarato dal presidente romano del movimento, Francesco Todde, che definisce l’episodio un gesto politico premeditato.
L’aggressione, avvenuta nel giorno che più di ogni altro segna la memoria militante della destra italiana, riaccende l’attenzione sulla violenza della sinistra e sul modo in cui questa viene taciuta e coperta da stampa e politica.
Todde parla di un assalto organizzato da «più di venti professionisti dell’odio politico», armati di coltelli e dotati di radio per comunicare «senza essere intercettati». I militanti di Gioventù Nazionale sono stati circondati e colpiti con «estrema violenza», fino al ricovero in ospedale.
Le forze dell’ordine stanno raccogliendo gli elementi utili per ricostruire l’accaduto, mentre il movimento giovanile di Fratelli d’Italia sottolinea il carattere politico dell’azione.
L’appello di Todde: “Serve la stessa attenzione mediatica”
Nelle sue dichiarazioni, Todde interpella direttamente la stampa nazionale.
Sottolinea come l’attenzione mediatica nel denunciare presunti rischi di “pericolo fascismo” all’interno di Gioventù Nazionale sia sempre altissima, mentre episodi di violenza contro i militanti del movimento ricevono una copertura molto minore.
«Oggi, un anno dopo il grande rumore fatto da certa stampa, vogliamo la stessa attenzione per questa storia», afferma. E aggiunge: «Il nostro movimento non si è mai contraddistinto per azioni del genere, mai. In più di dieci anni non è stato trovato un solo militante colpevole di un attacco pianificato per ragioni politiche».
Da qui la polemica con «l’editoria illuminata», accusata di ignorare un’aggressione premeditata e violenta.
Le parole di Todde collocano l’episodio in un piano più ampio: quello della narrazione parziale delle tensioni politiche e del modo in cui la memoria degli anni di piombo continua a essere raccontata faziosamente.
La memoria a senso unico e il silenzio sulla violenza
Ogni anno, il 7 gennaio, assistiamo alla stessa scena: la lente dei media si stringe ossessivamente sui saluti romani, sulle forme della memoria, sul modo in cui migliaia di persone ricordano i propri morti. Accade a Roma per Acca Larenzia, accade a Milano per Sergio Ramelli.
E mentre si discute per giorni solo dei gesti e dei simboli con cui i militanti di oggi ricordano i propri caduti, c’è chi viene aggredito a colpi di coltello senza che questo alzi un sopracciglio nelle redazioni.
È lo stesso meccanismo che ha portato a ostracizzare Passaggio al Bosco a “Più Libri Più Liberi”, lo stesso schema narrativo che conosciamo bene: l’attenzione mediatica c’è, ma sempre e solo in una direzione, sempre e solo sulla destra.
Ciò che è accaduto questa notte ai ragazzi di Gioventù Nazionale è un caso nazionale. Se le vittime appartenessero a un’altra area politica, nei prossimi giorni saremmo sommersi da speciali, approfondimenti, editoriali indignati, appelli alla democrazia in pericolo.
La verità è che in questo Paese ci sono violenze che indignano a comando e ci sono, invece, violenze che non esistono affatto, perché raccontarle incrina una narrazione comoda e rassicurante, che regge da decenni.
Ma i coltelli non sono opinioni e quattro ragazzi in ospedale non sono un dettaglio tracurabile.
Oggi, mentre i media sono già pronti a ripetere il solito rituale sui “pericoli dell’estrema destra”, qualcuno deve avere il coraggio di guardare in faccia la realtà: la violenza politica oggi è una cosa di sinistra.
Matteo Respinti


